Perché (2)

Valdese e lontana ricchezza che qui ci porti alla povertà guarda i tuoi simboli in quali figli muoiono. Sono smunti di dentro e non arrivano alla motivazione convenuta. Vedi i fratelli battersi per un’eredità e dissiparla per l’esser-ci e avere tutti un lor senso, le ideologie, il censo, l’arte, il contadino. Arrampicati su Marx ti reinstaurano una civiltà pre-industriale a difesa del ritmo naturale che certamente ha avuto la vita di qui. La tua autonomia stratigrafica e puntuale sarebbe stata intera e monade, esageriamo, lontana ricchezza conquistata a patronimici (poi cognomi) e pilastro se da fuori qualcuno non avesse finalmente urlato “cosa vogliono questi da noi”.

Senza alcuna ragione documentabile poi. Uno mi ha raccontato che le cose sono andate così: non c’era più nessuno. Perché non c’era più nessuno, vero, Aston partito per l’ultima crociata alcolica, Burton ammattito negli oppi di una fureria, Chesley che studiava l’arte del riconoscere gli insettucoli divoranti certe foglie di certe rose, e petali. Devon dagli avvocati a difendere altre cose per entrare in un mucchio, Egandin a girarsi l’India in carrettino e Forste aveva un’amante così cattiva ma così cattiva che non poteva mostrare il lume degli occhi tanto che Gordon che medicava anime lo incontrò un giorno e gli disse fratello non vuoi vedere una luce?

Una a caso no. La casata non se ne riebbe: nacque invece, adesa al mondo che si devaldizzava, una genìa democratico-atea. E pur sempre, autonomi, autonomi, avevano pensato a come potesse essere utilizzato il Castello. L’elenco delle modalità  proprie adesso no, ma c’era tanto brain storming e  c’era nulla d’intentato. La povertà una cazzata qualunque.

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Perché (1)

L’autonomia. Essa. Fondamentale e costruttiva. Dire di non averla raggiunta è peccato. Eppure. E’ peccato vero. Eppure. Chissà l’idea che sta dietro l’autonomia. E dietro dietro l’autonomia poi, ma aspetta, aspetta con le costruzioni, dunque: l’autonomia. Faccio fatica. E se monetizzassimo? Riuscire a vivere con quei soldi lì. Bon. Finisco il capitoletto.

E’ importante, averci quei soldi lì. La costruzione di quell’edificio, e non sono ironica, è legata a quei soldilì, comunque. Chi ce li mette i soldi lì, eh? Monica mi dice “chi lavora”. Lei adesso è aiuto nelle asl, son seimila meno tremila, tipo, tutti sudati sudati, sudati perché la bionda se li suda e.  E ma importa soprattutto che ci siano, franchi, liquidi, effettivi. Anche non li sudasse, ci siano. Ti realizzi. Fai e compri le cose che ti servono. Questa importanza mi sovrasta e non riesco a scriverne di più.

Ma l’autonomia. La costruzione dell’edificio che hai pensato, cos’è? E’ un perché ma mi sa che la storia dei perché non la reggo, vedete che faccio tanta fatica, con cosa costruisco un perché e lo chiamo autonomia, cazzo, autonomia come una macchina che si costruisce il carburante, sì è così, ma poi vero, è così. Almeno quello, dice una, e ha ragione. Fate finta che non abbia scritto niente.

 

 

abbasso questa libertà

Quali stanze (7)

Non trovano più lo spazio. Essi ripetono nel prima confusi. Cercano capitolo. Ahiloro. Per esempio : Troia come una guerra che assecondi i fati di amore E le na, e forse fu il primo libro del mondo, a te costruite navi scagliarsi (bello raccontare) ma il posto conosco male la strada mare il luogo non è , certo baracche ondivaghe li dirigono, pirati a commercio, assunzioni, corrotti sboroni con bandiere fisse. Si dirigono comunque verso un est convinti a sud e le auree vele gonfie d’aria simulano tanti appoggi e il futuro ridente della grande impresa che sfolgorerà, si spera, in encomio e sussistenza. Trovano solo tempo.

E allora, falliti conquistatori. In vostro Afghanistan. La gente è morta e tanta ne rinascerà in stanza invasa. Percorsa tutta quella darà i frutti ibridi ma mai voi e mai me, e come fare a percorrerla tutta, poi perché. Non interessa chi c’è dentro se dentro voi si è, primo e lucente, imperatorissimo e controsegnalante del laborioso installarsi dei fatti di vicinanza, la geografia minima del piccolo luogo dell’amore (e dell’odio), il toccostirpe selvatico. Anch’io vi odio, in produzione, e  abito vicino a Specchio.

Dunque niente da dire sulla settima stanza. Le cose si svolgono e il paese lo stupro. Facciano scommesse su quello che dà lo stemma al bastardo e con quello la squadra, mortifere mortificate Madri.

Quali stanze (6)

Avvicinandosi meglio un punto connetteva ad altri in modo poco chiaro. Questo non impediva l’operazione e la struttura del luogo avrebbe avuto il soffitto a capriate di un certo appartamento molto luminoso e lì seduta sul tappeto e lì attaccata ad un cognac, molto rumore in quel dopopranzo inventato – non ti voglio più vedere – come se la vista fosse la conferma dell’esserci, come mai non mi vuoi più (vedere) dopo tutta questa esposizione che abbiamo fatto di noi, guarda ti dico solo che la notte potrebbe arrabbiarsi o meglio filare via a rammendarti il mondo visto che allora sarà solo buio, e un buio in cui le cose comunque accadono.

O ci sarebbe stata la sala pranzo western del casone sviluppato in verticale come una famiglia e dove si impara che si canta e  stona; la zia nel cortile, caparbia, e invece dei merli della tua cerchia, Castello, un altissimo muro a malta bastarda che perimetra ghiaia e sotto striminzite aiuole di ortensie rosaverde e in fondo il piccolo orto dove s’incorteccia un rosmarino. Nessuno è mai uscito da lì, abbiamo rotto i vetri scritto poesie sulle credenzine immaginato una bomba che scoppiava nell’officina mille anni prima e i cani lupo dall’altra parte; usciva un umore strano dove si poteva guardare un poco verso la chiesa dei frati ma chissà com’era la strada dietro lì.

Avrebbe avuto oppure, la stanza, una cameretta mai finita, un ostacolo, dove la morte viene a trovarti la notte (se no quando) e ti parla per ore di queste cose che non finiscono – lei poi – sospese, provvisorie, precarie, sempre trasformate in assillo o pena, sempre ricominciate, dove tutto deve ritornare, dimenticare quanto lavoro amore c’è stato, farsi sottile inconsistente, sgonfio ripetersi ancora, instabile, deficiente. La morte sbaraglia quel posto, quelle volte, e ti racconta una favola che calma a forza in fantasie di conchiusione. Sei così ferma ora, gli uccellini che cantano l’alba stupidi.

Quali stanze (5)

Ce n’era una nella quale credeva non sarebbe mai potuta ritornare, che era quella da cui era scappata molto presto di mattina con più salti in più vuoti ed un biglietto di sola andata. Era la stanza normale. Si commerciava con gli altri per viverci, e lì al Castello dopo vari tentativi di costruzioni cooperative agricole turismo culturale aggregarsi filantropo salute mentale ci si era dovuti spostare fuori dalle mura. La famiglia nel suo vortice impersonale aveva altri progetti, anche biechi. Ci si dava da fare dentro per continuare a farne parte anche se da lei mai nessuno era stato cacciato, nemmeno i disertori, è questo un suo segreto. Allora vicini alle mura, con qualche problema di visite amene alla  montagna.

Questa stanza inquietante aveva il perimetro della prima casa pensata aumentato di un’aula. Un corridoio lungo affacciato alla porta che dà sulla strada di una cittadina in periferia di Verona, corridoio vuoto freddo pulito illuminato la sera da luci di cortesia. Mancavano le mensole mancavano le tende, la stanza non era mai stata finita e ma questo non le impediva di funzionare stanzialmente : e in lei ognuno aveva avuto i natali e le comunioni, le indicazioni all’entrata nel ruolo, le rappresentazioni della tristezza, del meschino, della grande autorità dell’ipocrisia  e poi la copertura della gentilezza, poi il temporale asciutto dell’ira, i suoi segnali soprattutto, e poi quel filo teso e finissimo dell’attenzione alla risposta da dare per mantenere tutto in equilibrio.

E lì si era dato e formato anche l’amore, che sembrava spostato altrove quando l’hai lasciata, sbattendo la porta senza fare rumore. Eppoi molte volte la testa sul muro: vedertici ritornare, in quel luogo – per cui non hai comprato nessun biglietto –  bloccato di una storia che pensavi svolta  e entrare proprio nella stanza coi tuoi piedi e le tue scarpe vecchie e i vestiti riciclati, con i capelli che ti tagli da sola usando la forbicina per le unghie di tua nonna e tutte le splendenti scelte della libertà e della poesia, ti fa sentire inconsistente, buggerata da te e matta.

Quali stanze (4)

Una centrale sembra abitata da Silviamaria che ha eletto il luogo lì a rompicuore precario e l’ha arredato con le cose che potevano bastare: niente, ma una cosa per tracciare, la finestra senza tende e un bottiglino. Il tracciato era sui muri, fantasmi. Un prendeva per sé le linee lunghe nere sull’intonacato e disegnava a pelle i contorni di corpi fissati sbagliati e li tormentava a tracce tinte e ripetenti svolto un compito di restituzione del potuto o comunque una competenza di acquisizione di forme in altre. Altre tracce nella canzone del sentimento esposto, lettera, dentro altre stanze mai centrate. Una corrispondenza infinita e personale tra enti poco adatti a riempire ruoli il cui punto d’incontro è un vertice illuso e lontanissimo e pregato restasse così.

Quanto avrebbe pagato la libertà di quella stanza centrale mal voluta integra e la finestra che manda luce tutta la notte dalle colline indifferentemente abitate e anche solo colline spoglie con l’inverno e poi su su più ciccette quando poteva l’estate non lo sapeva ma : il Castello era lì e il mondo sostenuto da fondamenta invisibili per base alle grosse mura di recinto, dalla piazzola semichiusa dov’erano stati posati i gerani che morirono alti ma vicini al portone dell’entrare che dà sul cortile primo, da una scaletta a sinistra per le stanze del guardiano e da una chiesuola a destra per i matrimoni d’amore, poi da altre porte traverse e dal granaio.

Era tutto lì, catapecchia dell’essere, poco capito ma illustre fondaco, con le sue piagne sberle e il saper usare che assiema certe opere di dio (sulla scaletta a sinistra) e rende tutto già dato e senza frequenza propria malcreato, solo per finta proprio e invece: dritti avanti sull’acciottolato verso il secondo cortile con la vigna ma prima sulla destra le scale per il piano nobile e geometrie di studioli e via via intercapedini, sgabuzzini, zone del pranzo, accessorie, cantine e nel bottiglino c’era un Cognac.

Quali stanze (3)

La stanza dei bambini compare dal niente. E’ piena di roba bianca. C’è lì impilata la cotonina dei portenfant e mille panni una luce nuova, ora  i dischi sono in soffitta e  la chitarra e il tecnigrafo. Al centro preciso del Castello i bambini fanno funerali in pompa magna alle lucertole e si prendono tutto il tempo. Il gioco non sembra mai smettere, ribaltati su tappetone con sensazionali e perfettissimi aggeggi colorati santi rigurgiti e buona puzza di cacca, oggi hanno costruito l’altare del dio provvisorio. C’è fermento.

Questa nuova definizione del centro ci sposta e quando vengono portati in piscina non piangiamo. Si beve si fuma quasi liberati emerge anche qualche argomento fertile antico e ma l’argomento ha un sapore strano, sembra rassegnato come uno sforzo evolutivo messo nei compiti e alla fine: i bambini ci mancano, la letteratura inglese e i cccp hanno preso una brutta piega – la faccia sbalordita di uno che si è appoggiato alla mensola che pencolava ma la credeva fissa.

Non sanno più cosa fare finché non arrivano le mamme. Tutto torna a sbrindolare. Niente è mai stato così importante qui  penso ora mentre mi siedo più distante e  giro le pagine di un libro immaginato sui castelli e sulla loro costruzione; dalla vecchia sdraio poco perfetta sottolineo qualcosa che mi pare significativo e sono in corrispondenza dell’ala della casa delle dipendenze che nel sogno è distrutta. Il Signore delle mosche a una ventina di metri che  mi guarda le spalle e piega grembiulini.

Quali stanze (2)

Quelle da mangiare: la cucina grande e il tavolo lungo con le panche. Rami. Appena arrivati non si poteva tagliare la cipolla da seduti, l’ho già detto, c’era da far da mangiare tutti quanti perché doveva essere collettiva ma da seduti no. Stare in piedi a tagliare le cipolle, ingozzare le oche, zappare l’orto, e in piedi seminare il campo e spaccare le ossa alle galline e pulire la merda delle mucche, seduti si può mungerle, ecco, fare due punti e allattare un bambino, ma tagliare le cipolle farlo in piedi. Allora a noi che mancava questa presa di coscienza del saperci fare con le cose che si tagliano venivano somministrati pistolotti, come in caserma. Ma noi, che ci eravamo progettati fuori dalle molecole degli ordini sapevamo: rispondere, ma quando mi hai arruolato?

Quindi una dialettica preimpostata ma possibile, fino da Pazienza e dopo Groucho e una tromba sensibile, le stanze da letto.

Ci si arrivava dopo una torta all’hashish e la Maria inquietava. Le mura spesse di mezzanotte, i mobiletti antichi senza valor d’uso piegati sotto lampadine flebili, i simboli inchiodati o poco accosti e le altre cose scostanti e nobili affogate in quasi secoli, librini, timbri, cornici, monetine, quadretti, scrivanie e forse gli inchiostri, ma sicuramente lenzuola e copriletti per il dormire, brocche smaltate e i ciondoli nel bagno annesso con gli asciugamani buoni, fiori secchi senz’altro. C’era però da parlare prima di sganciarsi: tutta la notte prima irrompe piano e dice:

non ti ho ancora detto, qualcosa di importante, mi pareva di morire, mi è parso di farlo, era un attacco di tutti contro me che tacevo, e poi sono stata così male, non posso parlare, c’è un amore segreto. Ero io quell’amore, come squarciasse un velo, e quindi a lungo nel buio delle spente, sotto le coperte ben rimboccate per non dare a pensare, lunghissime questioni su cosa fosse giusto fare, dire poteva porre ostacoli e trasformare le amicizie in franate dighe, tutto quello che sapeva dire dire in quella bella notte le balenò dal cuore cuore qualunque cosa fosse per lei era lei stessa presa nel letto in confessione d’amore e non capace di restituire niente alla dichiarazione che le esplodeva , parve, davanti.

Poi invece no, al mattino ritornando si trattava di un altro. Era stato uno scambio di persona, ‘mormio, pur sempre maschere in quelle stanze siamo.

Quali stanze (1)

Nel settore più lontano dall’ entrata per lunga altezza per molte rampe di scale dure e pianerottoli ciechi  messa di traverso come non c’entrasse e profondamente esclusa – priva di finestre (ma forse erano basse) – c’era la grande soffitta o Granar.

Non del dolore dei bauli :  a cose accatastate e nemmeno quelle importanti  in poco si sono fatte sature mal chiuse, queste scatole sceme che allungarle in fila alla parete corta come le case sembrava di fare il  paesaggio :  piuttosto della lontananza tra l’oggetto ospite e chi ci va a guardare mettendo le mani nei cassetti, caricando furgoni a mezzestate o scrivendo opuscoli sul diluvio universale.

Perché quella lontananza è maestosa nel suo privar-di-sé, e ci sembra possa cadere qualunque cosa anche subito nello stanzone sotto il tetto e le travi, passata la ribalta, a destra delle lampade a nappe. Sarebbe quel cadere  una cosa fenomenale, e indecorosa, come un posto dimenticato dai fatti sorgivi, e accantonato, di cui non si conosca – a volte appena un po’ e questo è spaventevole – quanta fatica nell’ inventarlo.