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I fondamenti volatili (3)

Questa cosa del sentirsi un’entità precisa che ha nella vita un proprio dominio c’è e vacilla. Penso a Genet, al suo marinaio cancerizzato, quello che avrebbe vissuto tutti i suoi istanti nella disgustosa compagnia di qualcosa in cui non si sarebbe mai riconosciuto, il mostro rinchiuso in una stanza segreta. Vacilla. Penso a certe felicità, anche, mi pare di vederle prima che si sfacciano in tremenda dissoluzione ma anche dopo esistenze difficili, sbocciate; che dicono che si poteva e basta, anche amare bene, sentirsi solidi dentro ciò e possederci. C’è.

Ma non mi è ben chiaro come tutto si assiemi, dove venga messo il mostro e dove l’intatto quando scoccano le loro ore, ho pensato alle esperienze ataviche, come fa l’Jung, e da lì anche alle sperimentazioni del corpo, questa vecchia traccia di semieternità che ci diventa peso. Ho pensato che da lui possa passare sapere, piano piano, e che le sue strade, le esantematiche, le diarree, i menarchi, le polluzioni, i freddi, gli orgasmi, i cerumi, la miopia, i soffi, la febbre, il vomito, svenire, sangue, parto, eritema della faccia, perdere i capelli, i denti cariati, le unghie che crescono, l’aria nell’intestino, la voce, la grande pelle e sotto le vene, blu, indichino.

Ora, so bene tutto quello che può fare una bocca e che alla fine se non vuol mangiare non mangia mai. La penso qui, tutta intera accarezzata ciuccia e poi restituisce e poi si stanca e rigurgita, nelle foto piena di herpes giri di rossetto sigarette ride si muove e bacia parla. Una smorfia storica nel poi l’ha consumata in rughette e da lì la bocca non si muove più per molto. E’ come se sapesse qualcosa che la stampa e la piega quasi definitamente in un origami stretto dove si è svolto il mondo così come lo ha divorato lei.

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I fondamenti volatili (2)

La cosa della rappresentazione. Prendi una e vai a portarla nel disegno ma il disegno chi lo fa? Partiva dal riempire gli spazi lasciati da Zorro o Biancaneve con colori ardenti (dentro il grassetto del contorno della figura) senza mai uscire ma provando ad uniformare le tracce del pennarello per dare il bel risultato; poi prova a copiare un’immagine a lato, farla uguale, ma con la sua mano la sua vista e capisce la proporzione, il distacco, il modulo, la curva. Infine inventerà una scena, prima nella mente poi tenta, la prova fuori.

E’ fragile come la cartolina di un lago durante il tramonto del sole invernale in un giorno senza nuvole dall’osservatorio panoramico del gran monte a lato con la eos in semiautomatico mentre ti aspettano in macchina, sostanzioso quello che conosce in cosa apparirà. Chi fa il disegno sa già cos’hanno detto gli altri disegni e in questi si muove, e quando ne esce li ha in testa e cosa voleva rappresentare quel Castello? Io brucio. Sembra che tutto converga in stabili edifici minati, che non si tolga da lì e quando esplosi ne recuperi le fondamenta, il calcinaccio, la cenere, per rifondarli. Brucia e impasta.

Da una piccola parte di una soletta con nervature uscirà l’abbaino, da lì lo sguardo residuo su quello che continua. Lungo un inventato domani, con le inflessioni tenui delle convenzioni di appoggio e una solitudine gestita che ora si chiama Gigia, la rappresentazione finisterre aggrappata alla soglia con le dita sta. Sembrava che volesse dirci quasi qualcosa e non dimenticava quasi niente.

I fondamenti volatili (1)

Nelle suburbie a volte scorreva una cancerizzata vasella. Di cosa fosse fatta e perché fosse lì mistero ma niente impediva a tutti di parlarne, sperticati. Allora. Com’è che se ne disse tanto. Com’è che, pensa, queste questioni volatili continuarono a presentarsi: la grazia che massacra i piccoli delle periferie ad esempio. Tutte le maledizioni volte a dei sottili e inoffensivi come lumachelle o effimere; non si capisce cos’avessero che potesse offendere, ma ogni donna ama un fascista.

E allora vieni a prenderti il pomeriggio levantino nel prato dietro ai casali o nei fossati di Roma, tra le ortichette e l’erba menta, le spiagge luride dentro i recinti arancioni – una plastica – vieni qui tra le mie per sempre braccia a confluirmi vibrante ché io sono quello che ti percorre e ti terrà ferma come ti piantasse nel fluido prenderti per sé magnificato bellissimo adatto, anche solo favoloso, presente ora con tutto quello che ha.

Mio fascista : vogliamo : un posto dove la vita si celebri molto vicina alla morte, che c’è interscambio. La nostra leggenda nasce proprio dove queste due si incontrano e viaggia miglia nei boschi della neve per fermarsi davanti a un Castello, chiedersi chi ci abiti e prevederne altre da fare per rifondare il proprio. Lo vedi poco dopo, poeta per l’inverno: la sua costruzione includa rimozioni importanti, casacce state là per nessun motivo, scavi e poi davanti a noi apparisca il mondo così come l’abbiamo nominato.

culo

Perché (7)

Ma poi nessuno in fondo. Una domanda oziosa che si fa sui tre anni a sostituire le perdite; e a costruire il mondo principale attraverso il disvelamento dell’impotenza del davanti Grande. L’idealizzazione li congelerà in un superstrato sublime dove diventeranno monodirezionali, ciechi alla propria origine, strumentali, così che sarà impossibile stabilire la motivazione  del percorso che conduce quasi sempre, qui, al Castello e alle sue derivazioni.

Ieri così, utilizzando la stradina sterrata che porta alle Case dalle Stanze di Sopra e utilizzando i prati che serve, il bambino si è messo a piangere perché lo si è costretto a salire davanti e il bambino si è messo a piangere perché l’aquilone non decollava; due pianti quasi uguali e il corpo bloccato da una sorta di paralisi, le manine chiuse, la bocca spalancata e la faccia rivolta verso il cielo a chiedergli qualcosa, o meglio a maledirlo. Un bambino offeso, una maestà lesa, l’indignazione più autentica.

Noi camminiamo con lui, dopo aver guidato i veicoli potenti che ci hanno portato sul posto, e sotto la paura è uguale e sotto, a piedi, abitiamo questi luoghi ardenti come fossero draghi venuti a salvare e castelli da cui si affacciano ragazzette recluse e facciamo i fossati e ci mettiamo i piranha caribe. O spostiamo il complesso altrove spianata la strada in modo che tutti possano entrare, la biondina scende dalle scale libera, i pesci all’Orinoco, i pensieri dentro il cielo, che ha sostituito quello rotto.

Perché (6)

Le piacevano i film dove sembrava indispensabile andare a morire, o che qualcosa ci andasse, come dovessero spalancarle un segreto. A vederla dentro con una semplicità primeva senza nascondere nulla dell’impotenza di sé, finalmente sconfitta nel suo abitino vieux jeu e in fiera dissociazione, ma per un pezzo intera. Mostra tutto il suo perdere come la persona distesa che aspetta che i muri la mangino e intanto diventa una proiettato enorme, con tutta la luce del suo buio.

A lungo mi sono chiesta quale fede ci fosse a giustificare quel dolore. A me è sempre sembrato enorme stare lì ferma a buttare fuori liquidi, siero, roba in degenerazione, marcita con attorno noi a sentirne l’odore e a valutarne la consistenza. Quei film hanno a che fare con una rinuncia mendicante che sembra necessaria alla Cura, la Cura aggancia ogni cella senza soluzione di continuità, il mondo forse prende la forma di simultanee decostruzione e costruzione di pieghe e così quel dolore (ma è dolore lì? o è solo il mio?) si svolge.

Carlotta e l’Ingegnere organizzano il giardino d’inverno e quello dei semplici studiando i corsi d’acqua dell’appezzamento e la tenuta dei pendii e la disposizione del boschetto, ne tracciano i confini, gli ingombri e i livelli con l’attenzione di chi vuole che le cose abbiano luogo; e nell’ intanto Edoardottilia sta in bilico sul guscio-barchetta che la porta in fondo al lago con un bambino inventato vero tra le braccia malferme in mezzo al centro dei fuochi dell’Artificio.

Perché (5)

Senza potere la Grazia dunque tutto sgretolerà. Tutto, per sua propria volontà alle prese col riscatto o con la più semplice miseria che fa bisogno di ogni cosa, vede nascersi dentro  i sentimenti peggiori : la cupidigia, segaligna, con i capelli unti (guarda la fotografia) e uno strabismo congenito, intanto. Il risentimento e l’invidia, a braccetto, nei racconti di fama e castrazione di quell’infanta verde e un po’ pia che passa dalla sacrestia alle cucine, con un cincin ai bar dove si fa sempre raggiungere da un ragazzino che chiameremo Pensiero senza rivolgergli  parola. L’ozio. La tirannide. L’indecenza, sdraiata sull’assito in sottoveste lurida tra due seduti a fumare mozziconi.

Uno bianco sporco brutto molto cattivo e uno nero seduto sulla merda, le incrostazioni nei cessi alla turca, giallo minerale a seguire la goccia del rubinetto, peli marcito tartaro aloni di piscio sulle lenzuola beige. Immaginiamo l’odore, l’insetto, gli strati di rogna. Un elenco di volti e corpi deformati, gonfi, sballati dalla colla e in primo piano le bottiglie del gin. Divanetti sbrindellati malcomodi, le molle in vista. E poi le malattie! Un fottìo! Abbiamo tutti qui una congiuntivite seria, pochi denti cariati, il collo grosso o qualche basalioma. Ci sentissi respirare diamo la nota asmatica in espirazione e alla carotide ci salta il battito a samba.

La Grazia maltrattata prende spossata il potere che non voleva ed elimina – finalmente finalistica – tutti questi problemi. Li fa fuori velocemente. Accetta la legge del Padre, la Grazia è diventata grande. Adesso gira in altri film, dove tutto è etereo e sottile e facile, il rispetto dovuto e  nelle fotografie si sorride. La gente seria fa molti soldi per pagarsi l’amore, nessuna sociologia gli ha mai insegnato niente, mangiano la bellezza e la salute a cucchiaiate di gaia prevenzione – ma anche no – e tutto è in forma grande ma nessun Cane le troverà entrambe (cit. inv.)

Perché (4)

L’amore non erano riusciti a costruirlo. Girava voce che fosse un’entità indimostrabile. Con l’aiuto del progetto “A pezzi” e del  libretto d’istruzioni “Rubato” avevano arrangiato un catafalco ma nessuno ebbe un’idea precisa di cosa trasportare finché non arrivarono le fotografie del mondo amante. Qualcuno di non ben precisato le spediva da un luogo stabile. I motivi del gesto rimangono oscuri. Sappiamo che il mondo amante avrebbe potuto avere l’insignificanza del facile e che i tratti apparenti non avrebbero necessariamente formato attributi riconoscibili a occhio nudo così tutto quello che arrivò arrivò sfuocato.

Non per questo questo ritratto di amante non disse loro nulla, anzi li incitò a rivedere l’impalcatura (anche se non la disfarono) e a toglierle drappi e finiture, almeno fino all’arrivo del disco del mondo amato. Qualcuno di molto noto lo divulgava da un paese lontano. Diceva molti i love you nel centro e ai bordi  di una musica ineffabile e sembrava che le parole fossero l’estensione di questo suono preciso tanto ci stavano bene su. Si guardarono dentro: avevano avuto tutti quella febbre sbagliata. Una purezza scafata prese a cantare:

” non sono tue le domande, cosa domandi a fare. Non sono tue le risposte, a chi rispondi ancora. Guarda come barcolli quando alcun cane abbaia e come cerchi senza luce una fossa la strada e come cerchi cieco le isole del completamento e della direzione e come stai sempre qui a provare a darti un intero nome:  che ti chiamano tutti con quello che è il tuo vero e che è il nome del cane che abita la cuccia del loro pensiero.”

Andarono dalla purezza e la presero a botte. Risposero poi al mittente ” Grazie di averci ascoltati, vedi se puoi farci avere una purezza stupida” e non completarono mai più il catafalco, pensarono a qualcosa che avesse fondamenta e muraglie spesse per la loro centratura.

Perché (3)

L’altra famiglia d’origine aveva membri trapiantati da via nelle ricche piane fredde. C’era un gradiente da mantenere acceso, una particola del Sé che potremmo chiamare ambizione – si era formata negli anni, moltissimi, addietro e sarebbe proseguita { infatti era stata [ o così abbiamo imparato a scandire a sillabe lei passata ( lasciando tracce sparse di sé ovunque si spostasse, in qualunque terrazzo mettesse il piede, dentro random cuori ) quando ce ne siamo ricordati ] un modulo in divenire }  per ics alla enne tempo in distillazione crasi stampo stortura e negazione – e  spingeva.

Non che non fosse difficile riprodurre intestino quell’ambizioso spostato. A ogni generazione anche triste nata relativamente bene si prospettavano due scelte, tre to’, che erano che eri dottore o che eri avvocato o che eri ingegnere, e le son scelte che si discutono poco ma c’è un bel da farsi a studiare paragrafetti noticelle ossicini vaselli matematiche spinte applicate quanto la stirpe chiama. Così abbiamo davanti a noi questa ragazza, che avrebbe potuto deviare o che devierà, fuggente.

Qui non lo fa e combinano le sorti. La costruzione attesa avrà luogo in un posto lontanissimo con molti prati attorno e un’aridità post-padana campi da golf rivisitati succursali di drenaggio fiumi in secca o in piena accorgimenti strategici per l’introduzione nel mondo che si vende e guadagna e perde e scambia due mucche per quarant’anatre un trattore per due pastori e un forno a legna percentuali sui titoli per soldi spicci alla banca acquisto appartamento per abbattimento debito iniziativa agroturistico-riabilitativa per sovvenzione stato case famiglia anziani per investimento allargabile ” ma poi le costruisce” dirà la ragazza quando il Castello suo sarà.

 

 

 

 

 

Perché (2)

Valdese e lontana ricchezza che qui ci porti alla povertà guarda i tuoi simboli in quali figli muoiono. Sono smunti di dentro e non arrivano alla motivazione convenuta. Vedi i fratelli battersi per un’eredità e dissiparla per l’esser-ci e avere tutti un lor senso, le ideologie, il censo, l’arte, il contadino. Arrampicati su Marx ti reinstaurano una civiltà pre-industriale a difesa del ritmo naturale che certamente ha avuto la vita di qui. La tua autonomia stratigrafica e puntuale sarebbe stata intera e monade, esageriamo, lontana ricchezza conquistata a patronimici (poi cognomi) e pilastro se da fuori qualcuno non avesse finalmente urlato “cosa vogliono questi da noi”.

Senza alcuna ragione documentabile poi. Uno mi ha raccontato che le cose sono andate così: non c’era più nessuno. Perché non c’era più nessuno, vero, Aston partito per l’ultima crociata alcolica, Burton ammattito negli oppi di una fureria, Chesley che studiava l’arte del riconoscere gli insettucoli divoranti certe foglie di certe rose, e petali. Devon dagli avvocati a difendere altre cose per entrare in un mucchio, Egandin a girarsi l’India in carrettino e Forste aveva un’amante così cattiva ma così cattiva che non poteva mostrare il lume degli occhi tanto che Gordon che medicava anime lo incontrò un giorno e gli disse fratello non vuoi vedere una luce?

Una a caso no. La casata non se ne riebbe: nacque invece, adesa al mondo che si devaldizzava, una genìa democratico-atea. E pur sempre, autonomi, autonomi, avevano pensato a come potesse essere utilizzato il Castello. L’elenco delle modalità  proprie adesso no, ma c’era tanto brain storming e  c’era nulla d’intentato. La povertà una cazzata qualunque.