Archivio mensile:gennaio 2015

I fondamenti volatili (3)

Questa cosa del sentirsi un’entità precisa che ha nella vita un proprio dominio c’è e vacilla. Penso a Genet, al suo marinaio cancerizzato, quello che avrebbe vissuto tutti i suoi istanti nella disgustosa compagnia di qualcosa in cui non si sarebbe mai riconosciuto, il mostro rinchiuso in una stanza segreta. Vacilla. Penso a certe felicità, anche, mi pare di vederle prima che si sfacciano in tremenda dissoluzione ma anche dopo esistenze difficili, sbocciate; che dicono che si poteva e basta, anche amare bene, sentirsi solidi dentro ciò e possederci. C’è.

Ma non mi è ben chiaro come tutto si assiemi, dove venga messo il mostro e dove l’intatto quando scoccano le loro ore, ho pensato alle esperienze ataviche, come fa l’Jung, e da lì anche alle sperimentazioni del corpo, questa vecchia traccia di semieternità che ci diventa peso. Ho pensato che da lui possa passare sapere, piano piano, e che le sue strade, le esantematiche, le diarree, i menarchi, le polluzioni, i freddi, gli orgasmi, i cerumi, la miopia, i soffi, la febbre, il vomito, svenire, sangue, parto, eritema della faccia, perdere i capelli, i denti cariati, le unghie che crescono, l’aria nell’intestino, la voce, la grande pelle e sotto le vene, blu, indichino.

Ora, so bene tutto quello che può fare una bocca e che alla fine se non vuol mangiare non mangia mai. La penso qui, tutta intera accarezzata ciuccia e poi restituisce e poi si stanca e rigurgita, nelle foto piena di herpes giri di rossetto sigarette ride si muove e bacia parla. Una smorfia storica nel poi l’ha consumata in rughette e da lì la bocca non si muove più per molto. E’ come se sapesse qualcosa che la stampa e la piega quasi definitamente in un origami stretto dove si è svolto il mondo così come lo ha divorato lei.

I fondamenti volatili (2)

La cosa della rappresentazione. Prendi una e vai a portarla nel disegno ma il disegno chi lo fa? Partiva dal riempire gli spazi lasciati da Zorro o Biancaneve con colori ardenti (dentro il grassetto del contorno della figura) senza mai uscire ma provando ad uniformare le tracce del pennarello per dare il bel risultato; poi prova a copiare un’immagine a lato, farla uguale, ma con la sua mano la sua vista e capisce la proporzione, il distacco, il modulo, la curva. Infine inventerà una scena, prima nella mente poi tenta, la prova fuori.

E’ fragile come la cartolina di un lago durante il tramonto del sole invernale in un giorno senza nuvole dall’osservatorio panoramico del gran monte a lato con la eos in semiautomatico mentre ti aspettano in macchina, sostanzioso quello che conosce in cosa apparirà. Chi fa il disegno sa già cos’hanno detto gli altri disegni e in questi si muove, e quando ne esce li ha in testa e cosa voleva rappresentare quel Castello? Io brucio. Sembra che tutto converga in stabili edifici minati, che non si tolga da lì e quando esplosi ne recuperi le fondamenta, il calcinaccio, la cenere, per rifondarli. Brucia e impasta.

Da una piccola parte di una soletta con nervature uscirà l’abbaino, da lì lo sguardo residuo su quello che continua. Lungo un inventato domani, con le inflessioni tenui delle convenzioni di appoggio e una solitudine gestita che ora si chiama Gigia, la rappresentazione finisterre aggrappata alla soglia con le dita sta. Sembrava che volesse dirci quasi qualcosa e non dimenticava quasi niente.