Quali stanze (6)

Avvicinandosi meglio un punto connetteva ad altri in modo poco chiaro. Questo non impediva l’operazione e la struttura del luogo avrebbe avuto il soffitto a capriate di un certo appartamento molto luminoso e lì seduta sul tappeto e lì attaccata ad un cognac, molto rumore in quel dopopranzo inventato – non ti voglio più vedere – come se la vista fosse la conferma dell’esserci, come mai non mi vuoi più (vedere) dopo tutta questa esposizione che abbiamo fatto di noi, guarda ti dico solo che la notte potrebbe arrabbiarsi o meglio filare via a rammendarti il mondo visto che allora sarà solo buio, e un buio in cui le cose comunque accadono.

O ci sarebbe stata la sala pranzo western del casone sviluppato in verticale come una famiglia e dove si impara che si canta e  stona; la zia nel cortile, caparbia, e invece dei merli della tua cerchia, Castello, un altissimo muro a malta bastarda che perimetra ghiaia e sotto striminzite aiuole di ortensie rosaverde e in fondo il piccolo orto dove s’incorteccia un rosmarino. Nessuno è mai uscito da lì, abbiamo rotto i vetri scritto poesie sulle credenzine immaginato una bomba che scoppiava nell’officina mille anni prima e i cani lupo dall’altra parte; usciva un umore strano dove si poteva guardare un poco verso la chiesa dei frati ma chissà com’era la strada dietro lì.

Avrebbe avuto oppure, la stanza, una cameretta mai finita, un ostacolo, dove la morte viene a trovarti la notte (se no quando) e ti parla per ore di queste cose che non finiscono – lei poi – sospese, provvisorie, precarie, sempre trasformate in assillo o pena, sempre ricominciate, dove tutto deve ritornare, dimenticare quanto lavoro amore c’è stato, farsi sottile inconsistente, sgonfio ripetersi ancora, instabile, deficiente. La morte sbaraglia quel posto, quelle volte, e ti racconta una favola che calma a forza in fantasie di conchiusione. Sei così ferma ora, gli uccellini che cantano l’alba stupidi.

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