Archivio mensile:marzo 2014

Perché (3)

L’altra famiglia d’origine aveva membri trapiantati da via nelle ricche piane fredde. C’era un gradiente da mantenere acceso, una particola del Sé che potremmo chiamare ambizione – si era formata negli anni, moltissimi, addietro e sarebbe proseguita { infatti era stata [ o così abbiamo imparato a scandire a sillabe lei passata ( lasciando tracce sparse di sé ovunque si spostasse, in qualunque terrazzo mettesse il piede, dentro random cuori ) quando ce ne siamo ricordati ] un modulo in divenire }  per ics alla enne tempo in distillazione crasi stampo stortura e negazione – e  spingeva.

Non che non fosse difficile riprodurre intestino quell’ambizioso spostato. A ogni generazione anche triste nata relativamente bene si prospettavano due scelte, tre to’, che erano che eri dottore o che eri avvocato o che eri ingegnere, e le son scelte che si discutono poco ma c’è un bel da farsi a studiare paragrafetti noticelle ossicini vaselli matematiche spinte applicate quanto la stirpe chiama. Così abbiamo davanti a noi questa ragazza, che avrebbe potuto deviare o che devierà, fuggente.

Qui non lo fa e combinano le sorti. La costruzione attesa avrà luogo in un posto lontanissimo con molti prati attorno e un’aridità post-padana campi da golf rivisitati succursali di drenaggio fiumi in secca o in piena accorgimenti strategici per l’introduzione nel mondo che si vende e guadagna e perde e scambia due mucche per quarant’anatre un trattore per due pastori e un forno a legna percentuali sui titoli per soldi spicci alla banca acquisto appartamento per abbattimento debito iniziativa agroturistico-riabilitativa per sovvenzione stato case famiglia anziani per investimento allargabile ” ma poi le costruisce” dirà la ragazza quando il Castello suo sarà.

 

 

 

 

 

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Perché (2)

Valdese e lontana ricchezza che qui ci porti alla povertà guarda i tuoi simboli in quali figli muoiono. Sono smunti di dentro e non arrivano alla motivazione convenuta. Vedi i fratelli battersi per un’eredità e dissiparla per l’esser-ci e avere tutti un lor senso, le ideologie, il censo, l’arte, il contadino. Arrampicati su Marx ti reinstaurano una civiltà pre-industriale a difesa del ritmo naturale che certamente ha avuto la vita di qui. La tua autonomia stratigrafica e puntuale sarebbe stata intera e monade, esageriamo, lontana ricchezza conquistata a patronimici (poi cognomi) e pilastro se da fuori qualcuno non avesse finalmente urlato “cosa vogliono questi da noi”.

Senza alcuna ragione documentabile poi. Uno mi ha raccontato che le cose sono andate così: non c’era più nessuno. Perché non c’era più nessuno, vero, Aston partito per l’ultima crociata alcolica, Burton ammattito negli oppi di una fureria, Chesley che studiava l’arte del riconoscere gli insettucoli divoranti certe foglie di certe rose, e petali. Devon dagli avvocati a difendere altre cose per entrare in un mucchio, Egandin a girarsi l’India in carrettino e Forste aveva un’amante così cattiva ma così cattiva che non poteva mostrare il lume degli occhi tanto che Gordon che medicava anime lo incontrò un giorno e gli disse fratello non vuoi vedere una luce?

Una a caso no. La casata non se ne riebbe: nacque invece, adesa al mondo che si devaldizzava, una genìa democratico-atea. E pur sempre, autonomi, autonomi, avevano pensato a come potesse essere utilizzato il Castello. L’elenco delle modalità  proprie adesso no, ma c’era tanto brain storming e  c’era nulla d’intentato. La povertà una cazzata qualunque.

Perché (1)

L’autonomia. Essa. Fondamentale e costruttiva. Dire di non averla raggiunta è peccato. Eppure. E’ peccato vero. Eppure. Chissà l’idea che sta dietro l’autonomia. E dietro dietro l’autonomia poi, ma aspetta, aspetta con le costruzioni, dunque: l’autonomia. Faccio fatica. E se monetizzassimo? Riuscire a vivere con quei soldi lì. Bon. Finisco il capitoletto.

E’ importante, averci quei soldi lì. La costruzione di quell’edificio, e non sono ironica, è legata a quei soldilì, comunque. Chi ce li mette i soldi lì, eh? Monica mi dice “chi lavora”. Lei adesso è aiuto nelle asl, son seimila meno tremila, tipo, tutti sudati sudati, sudati perché la bionda se li suda e.  E ma importa soprattutto che ci siano, franchi, liquidi, effettivi. Anche non li sudasse, ci siano. Ti realizzi. Fai e compri le cose che ti servono. Questa importanza mi sovrasta e non riesco a scriverne di più.

Ma l’autonomia. La costruzione dell’edificio che hai pensato, cos’è? E’ un perché ma mi sa che la storia dei perché non la reggo, vedete che faccio tanta fatica, con cosa costruisco un perché e lo chiamo autonomia, cazzo, autonomia come una macchina che si costruisce il carburante, sì è così, ma poi vero, è così. Almeno quello, dice una, e ha ragione. Fate finta che non abbia scritto niente.

 

 

abbasso questa libertà

Quali stanze (7)

Non trovano più lo spazio. Essi ripetono nel prima confusi. Cercano capitolo. Ahiloro. Per esempio : Troia come una guerra che assecondi i fati di amore E le na, e forse fu il primo libro del mondo, a te costruite navi scagliarsi (bello raccontare) ma il posto conosco male la strada mare il luogo non è , certo baracche ondivaghe li dirigono, pirati a commercio, assunzioni, corrotti sboroni con bandiere fisse. Si dirigono comunque verso un est convinti a sud e le auree vele gonfie d’aria simulano tanti appoggi e il futuro ridente della grande impresa che sfolgorerà, si spera, in encomio e sussistenza. Trovano solo tempo.

E allora, falliti conquistatori. In vostro Afghanistan. La gente è morta e tanta ne rinascerà in stanza invasa. Percorsa tutta quella darà i frutti ibridi ma mai voi e mai me, e come fare a percorrerla tutta, poi perché. Non interessa chi c’è dentro se dentro voi si è, primo e lucente, imperatorissimo e controsegnalante del laborioso installarsi dei fatti di vicinanza, la geografia minima del piccolo luogo dell’amore (e dell’odio), il toccostirpe selvatico. Anch’io vi odio, in produzione, e  abito vicino a Specchio.

Dunque niente da dire sulla settima stanza. Le cose si svolgono e il paese lo stupro. Facciano scommesse su quello che dà lo stemma al bastardo e con quello la squadra, mortifere mortificate Madri.

Quali stanze (6)

Avvicinandosi meglio un punto connetteva ad altri in modo poco chiaro. Questo non impediva l’operazione e la struttura del luogo avrebbe avuto il soffitto a capriate di un certo appartamento molto luminoso e lì seduta sul tappeto e lì attaccata ad un cognac, molto rumore in quel dopopranzo inventato – non ti voglio più vedere – come se la vista fosse la conferma dell’esserci, come mai non mi vuoi più (vedere) dopo tutta questa esposizione che abbiamo fatto di noi, guarda ti dico solo che la notte potrebbe arrabbiarsi o meglio filare via a rammendarti il mondo visto che allora sarà solo buio, e un buio in cui le cose comunque accadono.

O ci sarebbe stata la sala pranzo western del casone sviluppato in verticale come una famiglia e dove si impara che si canta e  stona; la zia nel cortile, caparbia, e invece dei merli della tua cerchia, Castello, un altissimo muro a malta bastarda che perimetra ghiaia e sotto striminzite aiuole di ortensie rosaverde e in fondo il piccolo orto dove s’incorteccia un rosmarino. Nessuno è mai uscito da lì, abbiamo rotto i vetri scritto poesie sulle credenzine immaginato una bomba che scoppiava nell’officina mille anni prima e i cani lupo dall’altra parte; usciva un umore strano dove si poteva guardare un poco verso la chiesa dei frati ma chissà com’era la strada dietro lì.

Avrebbe avuto oppure, la stanza, una cameretta mai finita, un ostacolo, dove la morte viene a trovarti la notte (se no quando) e ti parla per ore di queste cose che non finiscono – lei poi – sospese, provvisorie, precarie, sempre trasformate in assillo o pena, sempre ricominciate, dove tutto deve ritornare, dimenticare quanto lavoro amore c’è stato, farsi sottile inconsistente, sgonfio ripetersi ancora, instabile, deficiente. La morte sbaraglia quel posto, quelle volte, e ti racconta una favola che calma a forza in fantasie di conchiusione. Sei così ferma ora, gli uccellini che cantano l’alba stupidi.