Archivio mensile:gennaio 2013

Quali stanze (1)

Nel settore più lontano dall’ entrata per lunga altezza per molte rampe di scale dure e pianerottoli ciechi  messa di traverso come non c’entrasse e profondamente esclusa – priva di finestre (ma forse erano basse) – c’era la grande soffitta o Granar.

Non del dolore dei bauli :  a cose accatastate e nemmeno quelle importanti  in poco si sono fatte sature mal chiuse, queste scatole sceme che allungarle in fila alla parete corta come le case sembrava di fare il  paesaggio :  piuttosto della lontananza tra l’oggetto ospite e chi ci va a guardare mettendo le mani nei cassetti, caricando furgoni a mezzestate o scrivendo opuscoli sul diluvio universale.

Perché quella lontananza è maestosa nel suo privar-di-sé, e ci sembra possa cadere qualunque cosa anche subito nello stanzone sotto il tetto e le travi, passata la ribalta, a destra delle lampade a nappe. Sarebbe quel cadere  una cosa fenomenale, e indecorosa, come un posto dimenticato dai fatti sorgivi, e accantonato, di cui non si conosca – a volte appena un po’ e questo è spaventevole – quanta fatica nell’ inventarlo.

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circola un artificio da molti occhi

Cosa c’era dentro (7)

La sciancatura di un pomeriggio pressapoco, quando le ali sbattono.

Si impigliano dappertutto (ci viene detto per loro che non è dato volare) e sui gradini del Castello si scivola. Nei film innumeri delle amicizie sopite solenni le ali ora bloccate palpitano e il vuoto mette le righe che non ha messo lei al posto dei numeri segnate; così pensa alle cattedrali in un silenzio lorchiano, e con loro

c’erano le residue, le pinne e le branchie,  l’apnea e l’isola. Una grandina sola mutaforme camminava lungo il corridoio principale, quello davanti alla porta, e la polvere sollevata tornava giù poco veloce, faceva gli strati come se glielo avessero insegnato a scuola. Quella che è polvere di corrosione e di disfacimento, polpetta incolore, fiocco grigia, materia materia, velume granetto, di pavimento, di rovina, disintegrata era: lei camminante sopra il cavalcavia da una regione all’altra discarica, lunga di sotto una ferrovia ferma con le casse impilate fatte ruggine in piccole aree casuali.

E si capiva che ci avremmo perso il senno, lì, perché nessuno sarebbe venuto a soccorrere : era infatti la zona più deserta della terra, a quell’età, e certamente di lei si moriva. Quindi dentro, lì, da qualche parte, c’era, il senno che avremmo perduto e più in là qualcuno che andava furioso a cercarlo senza mezzi e nemmeno intera.