Archivio mensile:agosto 2012

Cosa c’era dentro (2)

Molto lavoro antico. Non è dato sapere il lavoro di chi. Ma certo qualcuno aveva assoldato qualcuno che sapeva pensare la costruzione di una casaforte, e già è un multistrato, una pianificazione di risorse. E chi l’aveva desiderato?

Forse un Fitzcarraldo, o era nel progetto comunale? L’investimento di un guelfo, una signoria sbiadita o potenziantesi, o forse solo la seconda casa della vecchia magnate travestita da fortino in assortimento con le altre lì lungo il Taro? La sua vecchia storia la lasciarono spandere, come accartocciata nei documenti spenti (rinvigoriti a scelta dallo scritturato di turno), come assente dopo certo tempo reale dalle geografie dello staterello diviso. Costruivano puzzle differenziali i loro cari anziani.

Certo dentro per ovvia cosa bisognava entrare. E per questo andare a cercarne le porte. E le porte delle cose hanno sempre dei guardiani. Sono due e stabiliscono le modalità di accesso. Uno è femmina, capisce il livello del sogno e dà l’energia a quanto si deve fare; e l’altro è maschio, si attiene e riverbera la legge di penetrazione.

Cosa c’era dentro (1)

Vasi di gerani poi assiderati. Trombe. Film in biancoenero dei fratelli Marx. Piatti da lavare. Pomodori conditi. Calabroni. Cd dei C.S.I. masterizzati. Bambini piccoli. Cannette. Nonne sedute nel prato che danno indicazioni. Vecchi registi. Chitarre. Gente che cerca un ostello. Mucche. Sikh. Cani lupi buoni. Giocattoli. Portoni. Cantine dove si suonano sassofoni leggeri. Cuochi. Stalle ordinate. Bevande in accumulo. Vicini che dipingono. Forni per cuocere le pizze. Carrozzine. Vecchie foto nella mansarda. Anatre. Cagnetti odiosi. Docce esterne. Viottoli. Greti. Scrittori di libri Einaudi. Chiesuola. Altare. Vestiti di bianco. Verdure. Apparecchi. Les Anarchistes. Camere riservate. Lunghe biblioteche polverose. Piante aromatiche. Bottiglie di vetro rotte. Comò. Botti da cui travasare. Quadretti. Lunghe tavole. Panche. Fasciatoi. Sottili indumenti da bimbo in cotonina. Brocche. Catini smaltati. Cuffie. Foto incastrate sui vetri delle credenze. Tovaglie. Cilene. Casette funerarie per cavallette. Quadri d’autore nello spirito di Burri. Simulacri. Bicchieri. Agende con gli appuntamenti. Conserve miste. Lavandini. Bagnetti. Magliette. Legna accatastata. Frigoriferini. Letti di legno. Mestoli. Sigarette (Diana rosse Dianablu). Palchi. Uno davanti uno di dietro. Amori in corso. Bertolucci. Faccincani. Utenti. Telefoni fissi. Tavole da stiro. Ferri. Matrimoni (due). Cagne nere nevrotiche. Bricci. Urla. Molto piangere. Una bambina che si sporca. Psicologhe. Spartiti per suonare. Pentolone. Carte. Rimasugli. Morosi vecchi. Discussioni su Proust. La tavola degli uomini. Una corsa non partecipata. Riccardo che urla. L’aquilone che non vola. Le cose serie. Una sedia abbandonata. L’angolo del niente. Notti d’insonnia. Militari. Gente del piemonte o della lombardia. Capodanni. Arrivare al pranzo ultime. Vino da comprare ormai. Comici coming out. Agiti. Quasimodo. Letture in mutande. Filarini. Uva. Andrea Pazienza. Le ragazze di Parma. La rossa. La verde. La blu. Il vecchio ostante. La sua lagna. Seminari sul retaggio familiare. Gente famosa che viene. Nomi incantevoli. Lunghe strade. Cespuglietti. Sabrina. Orecchini. Calura. Musica. Dialettica. Grosse pietre posate. Tamurriate. Amiche che si coricano. Spunti da dolce all’hashish. Girotondo. Tavolini all’ombra. Sassi di valico. Interrogatori. Affetti monopolii. Liberi tutti ma non te. Paranoici. Affittuari. Cucine. Ospiti. Grandi lavori in corso. Condutture potenziali. Divanetti. Studioli. Scrivanie. Trumò. Cornici fiorite. Gnocco fritto più giù.

Come arrivavano in questo luogo (7)

Per molte volte il mondo sarà rappresentato attraverso cose. Il legame le ha inventate cucite e corrose. E’ lì che tutto impresta il senso e lo conduce passabilmente a traverso gli universi erosi. Ed erosa ero grassa di quello spostamento che noi in quel posto in quel momento soccorreva, che ne avevamo il tempo, che si restava sospese. Noi partecipavamo ai fatti a latere , sempre invocando ragioni ordaliche e a causa dell’imbroglio ci tiravamo fuori, eravamo anche buoni a farci eroi di un cambiamento indifferente. E mai per calcolo ma per caduta avvenne: dovevamo costruirne una comune, c’era chi aveva ben chiari tutti i ruoli, si studiava per l’opera futura – sfatto l’onore sfatta la faccia venne – allontanati in modo vario i genitori accorpando le cose che lasciavano a una visione che doveva rendere. Felici. Tutti i nostri amici.

Vecchia bagascia vecchio porco dorme, mio nonno è un chiodo che ha saputo mietere e tu? Arrivi qui che non è l’ora, dormi sulla panca dura e non hai paura di niente come se ti appartenesse cosa? Sei senza cose e anche la benzina ti divora e viaggi male con diecimila sottopelle in questa banca che conforma e arruola. La libertà di non arrivare in questo luogo è inspendibile. Non guadagneremo niente se devieremo per qualcosa dove andare pare poco e dove la fatica non si vende ma non conoscevano nessuno ancora che non fosse arrivato sin qui. Deprimente e logico davanti a loro il Castello apparì.