Archivio mensile:luglio 2012

Come arrivavano in questo luogo (6)

Maria non abitava lì ma ci andava a trovare gli amici. Le cipolle venivano tagliate seduti al tavolo grande della cucina sfiorata di luce tra gli sproloqui degli ospiti. Ogni stanza da letto aveva tappezzerie dedicate e i due comodini e piccoli scrittoi aperti chiusi. Per tutta la notte parlavano di fatti d’amore e dei loro travestimenti. Fosse la distanza politica dalle serie dei padri. Fosse la scuola pensante del cinema e come veniva elencata dalla precisione visiva del muro che parla, la crepa, l’angolo buio e la casa che diventa prigione; i falò del prato che sbiadiva, le scorciatoie sassose, poi meno, verso il fiume smilzo, una continuità improbabile dei campi asciutti sotto poca luna. Bottiglie di vino, loro bevevano.

E quasi nessuno è mai arrivato in treno se non lo son venuti a prendere a Fornovo. Ci sono posti così, in cui una stazione minuta non è più servita – ed il terrore di Chiari, l’automatizzazione totale, è certo più doloroso – quindi ci sono posti così, Specchio, in cui non pare passi più nessuno; ti rifletti grondante in un vetro marron ed il grande silenzio lo tridimensiona mentre sembra che niente ti dirà dove vai se non spunta un ragazzino con l’abbonamento per scuola o i cavatori di Domegliara accolti lì nel tribolo della loro concreta immigrazione.

Loro, con l’auto, per le provinciali, invece, iniziavano a perdersi nei meandri segnaletici parmensi, moltitudini di dispersione comunicante, nei bianchi e neri del nuovo e del vecchio che si intersecano in convivenza a tratti sbudellati da zone industriali pienamente autosufficienti; questo dopo lunghi sonnolenti rettilinei gialli per arrivare e per lasciare Mantova. La bella, la laghetta, la ninfea.

Come arrivavano in questo luogo (5)

Con urla con lanci di oggetti con minacce.  Una storia costruita sulla sabbia pronta a rifarsi sempre attraverso la caparbietà dei bambini, il castelluccio ora su ora giù li menava indaffarandoli. Di quelli che diventavano lui, gente storta per quanto era dritta e un amore piiiccolo che dipendeva da quanta linearità si sarebbe potuta garantire, una specie di premorte comperata ogni giorno al supermercato, cosa spiccia, mozzarelline. Tutto fermo in un’immagine basale di compostezza emotiva e una speciale propensione all’ammazzamento del pomeriggio, così capite quanto si faticasse a uscire. Come avere già dato ogni, incarogniti nelle sequenze del tuttiggiorni come a recitare le preghiere di domenica la messa, rito mangiare rito dormire rito soldare.

Di quelli che lo diventavano c’erano esperti a castelli di sabbia, eroici disimpegnati; che andava anche bene al contesto, in linea con la voluta reinvenzione dei valori. Ma non si pensava ai nuovi come a scritture polverine, casomai più capaci articolate e migliori. Casomai come potenza di rispetto che aggiungesse odori dov’erano visti e toccati e poi altri pezzi, come un sentimento armato che bene serva un costruire, l’intelligenza generosa del prefabbricato, il concetto di modulo. Niente. Una famiglia pre-romantica accovacciata sul sagrato a chiedere la carità dei banconisti

(come sempre a loro di lei sfuggirà solo che era incattivita, bloccata, balorda, tremolante, chiusa in se stessa, sporca, coartata, irretita, abulica, deplorevole, sconcia. Animata da pretese unilaterali, esagerata, eccessiva, eccentrica, ostinata, stravolta, estranea al mondo, contraddittoria, fantasiosa, prepotente, inflessibile, distorta, difficile da trattare, insofferente, inconsueta, testarda, non influenzabile, rivolta in misura accentuata verso il proprio io (von uberbetonter Ichzuwendung), intenta a progetti discosti, remoti (mit abseitsoder fernliegenden Planen), afflitta da un’errata  apprensione ed elaborazione delle impressioni provenienti dall’esterno).