Archivio mensile:giugno 2012

Come arrivavano in questo luogo (4)

Insomma generalmente non si arrivava. Loro ci provavano ad organizzarsi ma si ritrovavano seduti per terra nell’appartamento-comune originario, Borgo Roma, e parlavano a lungo di raccomandazioni; diceva  Francesca ” lo proponessero a te, il posto di ricercatore, l’entrata in graduatoria, la pubblicazione su Lancet, cosa diresti, no?”, e rispondevano mah, no, sì, bisogna vedere, si coagulavano in pensieri divergenti, che Francesca toccava i punti, la cattiva coscienza splendeva come una luna grassa.

Poi si beveva e credo loro anche cantassero. Non era chiaro come venissero confezionati gli amori ma certo c’era chi aveva capito come muoversi da molto tempo, sembrava avesse con sé il blocco degli eventi, paragrafato, e si conteneva nel capitolo di turno con grandissima sobrietà, l’esame uno, l’esame due, la raccolta dati per il Signor Professore, niente galoppinaggio ma mestieri mirati, la fase  tre del comparto comportamentale cinque, la gazzettufficiale e molta simpatia.

Nemmeno un mondo così balordo, solo al Castello non ci si arrivava così. Uno si doveva innamorare, sembrava. Loro a turno ci provavano, certo. L’anima elegante della ragazza nuova aveva portato lì grandi propositi e la moltitudine  si preselezionava, investita, coinvolgendo esterni dovuti e assistenti sociali, perché ci assomigliano, che qui è un grande centro di assistenza tra noi compagnetti di elaborazione standard (questo pensavano) presi nella grande questione del vivere da liberi nel grande assoggettato teatro della malattia mentale, sempre supposta, la loro la vedevano, la loro la vendevano, così volentieri però.

Come arrivavano in questo luogo (3)

Metti che  l’esecuzione di una piccola esistenza preveda uno spartito, qui allora l’avremmo visto bene. Il taglio della luce radente, mai aggiunta, appesa al soffitto o meglio laterale, nelle vecchie lampade da comodino o un’ abat-jour. Appliques. Steli. Qui avremmo  percepito dove iniziava e finiva il giorno perché il sole si vede intero nella campagna magra e gli ettari sono integri; il calcolo di luminescenza, le superfici di irradiamento, l’obiettivo ben adattato senza forzature.

La luce incanalata dai porticati, due, e una galleria che è un corridoio poi le finestre alte ritagliate obliquamente nel muro spesso. Così tutto è autentico nella mancanza, di spot e di effetti. Anche il montaggio non ruba spazio, un respiro solo nella scrittura che è. Metti che c’era un copione pensato certamente per parlarci delle ragazze come te, della semplicità di una consistenza e della relazione. Come te come se loro arrivassero da molto lontano e come se avessero già un posto preciso, lì nel film della casaforte.

E arrivavano in questo luogo dai loro paesi disabitati attaccando la diligenza delle otto, su cavalli buoni a rincorrere un ronzino e con vecchi fucili inceppati facevano simpatia alle signore si attaccavano al postiglione cincio sostituendolo alla briglia per portare qualcosa che assomigliasse all’oro nelle terre ai piedi del monte con un salire polveroso con gli occhi gonfi di pianto recente.

Come arrivavano in questo luogo (2)

Partivano anche tardi.  Qualcuno aveva preparato un tè e attorno al tavolo del piccolo appartamento dato agli studenti di medicina si era a lungo discusso del libro lasciato dentro al cassetto di uno scrittoio. Inutilmente invocata l’attenzione ora era sparpagliata nelle  pagine saltate fino alla 67 , dove un ricordo doveva agganciare.

Agganciato il ricordo e porto il regalo, uno strampalato regalo che non spiegava la ricchezza concatenativa e segnica del riferimento alla pagina della foto, un piccolo inventario personale delle borse da viaggio li conduceva alle scale e al bagagliaio. Molti chilometri dopo qualcuno stabiliva regole sulla consecutio dei ponti.

Ma non si ascoltava mai bene. Casomai sembrava stupido contare e giravano canzoni vaghe, e ti vengo a cercare

Come arrivavano in questo luogo (1)

Partivano presto immaginando di trovare cose per un sollievo, circa. Era tutto complicato perché sapevano che i progetti erano di altri e quasi ogni azione si realizzava male, era incompleta e pativa di mancata definizione.

Così non si accorgevano facilmente quando sbagliavano strada e gli capitava di girare a lungo attorno ad un punto immaginario, fosse qualcosa di primordiale come un fallo antico o l’illusa costruzione di mondo nuovo; chi tra loro avvisava veniva redarguito o corretto, non ci si poteva opporre alla forza di guida impostata.

C’era un fiume. Molti lo avevano già attraversato certo perché era un fiume spesso in secca ma dal grande letto si respirava il volume di valico e la montagna lo segnava ai lati come una madre di possesso.